Un uomo che fugge dalla guerra
La verifica della narrazione dietro a un video classico, veloce e conciso, realizzato apposta per parlare alle pance di uno specifico pubblico...

Ci è stato segnalato un video di quelli tali e quali a quelli che ci segnalavate già una decina d’anni fa, video classico, veloce e conciso, realizzato apposta per parlare alle pance di uno specifico pubblico, quello che vive nel bias che tutto quello che va male è colpa degli stranieri che invadono i nostri Paesi.
Il video è questo:
La frase chiave, riportata nei post che lo condividono, è questa:
Un uomo che fugge da una guerra porta con sé la sua famiglia. Un uomo che parte per fare la guerra la lascia a casa. È una differenza semplice da capire, ma evidentemente non per tutti.
E nel video ci vengono mostrati i soliti barconi che attraversano il Mediterraneo carichi di persone, principalmente uomini giovani. Sia chiaro, non siamo qui a negare che tra chi compie il viaggio per attraversare il Mediterraneo in barcone ci sia una predominanza di giovani uomini, ma è abbastanza normale. Pensateci: probabilmente nessuno di quelli che condividono i suddetti video caricherebbe la propria moglie e i propri figli su un gommone che per giorni attraversa il mar Mediterraneo, consci dell’altissimo tasso di mortalità tra chi intraprende in questo viaggio della disperazione.
È vero, come dicevamo, che tra chi attraversa il Mediterraneo prevalgono uomini giovani: secondo i dati OIM relativi ai primi cinque mesi del 2025, su 9.585 persone intercettate sulla rotta libica 8.147 erano uomini e solo 960 donne. Il dato è reale, il problema è cosa ci si costruisce sopra. La composizione per genere di un flusso migratorio dipende dal tipo di pericolo da cui si fugge, non dalle intenzioni di chi parte.
Chi scappa dalla guerra che colpisce indistintamente tutta la popolazione civile, come i siriani nel 2015, scappa con tutta la famiglia, chi invece scappa dalla leva militare obbligatoria, come gli eritrei ad esempio – ma anche persone provenienti da altri Paesi, dove a volte la ferma è indeterminata e per la diserzione c’è la pena di morte – partono da soli, perché sono loro stessi il soggetto a rischio diretto, non il resto della famiglia. Lo stesso discorso lo si può fare per chi cerca un miglioramento delle condizioni economiche: parte il singolo in età lavorativa e senza figli da accudire, per cercare di gettare le basi per un futuro ricongiungimento.
Ma quindi? Siccome sui gommoni inquadrati non ci sono donne e bambini significa che stanno venendo a invaderci? Ovviamente no: chi sostiene questa tesi è vittima di pregiudizi tipici di chi ha passato gli ultimi vent’anni a farsi disinformare da una propaganda estremista e xenofoba.
Tra le principali nazionalità sbarcate in Italia nel 2025 figurano Bangladesh, Egitto, Eritrea, Pakistan e Sudan: Paesi attraversati da crisi economiche strutturali, conflitti civili o regimi che impongono la leva forzata, non da uomini in cerca di una guerra da combattere in Europa. E se il sospetto è che dietro quei gommoni si nascondano soldati, basta guardare chi sta davvero combattendo le guerre in corso nel 2026: non si combattono certo attraversando il Mediterraneo su un’imbarcazione di fortuna con un tasso di mortalità documentato di centinaia di persone l’anno.
Ma chi confeziona questi video sa benissimo questi dettagli, è che se ne infischia. A chi diffonde questa disinformazione non interessa spiegare la realtà delle migrazioni forzate, gli interessa poter mostrare giovani muscolosi, preferibilmente dalla pelle scura, per parlare alle pance di chi è già convinto che ogni male del nostro Paese dipenda da questi migranti e richiedenti asilo.
Sono almeno dieci anni che si sfrutta questo tipo di disinformazione per generare paure nei cittadini italiani e manipolare le loro intenzioni di voto a favore dei partiti più estremisti. Lo stesso sta succedendo in tutta Europa e in buona parte dei Paesi occidentali. Non capire che questo atteggiamento è tra le fondamenta della radicalizzazione di chi una volta arrivato qui invece che sentirsi accolto si sente ghettizzato è grave.
Andando a vedere chi fa circolare questi contenuti ci troviamo di fronte a bacheche che raccontano alla perfezione il tipo di pubblico a cui si rivolgono.

Cortei per la “remigrazione”, proteste contro la “propaganda dei docenti di sinistra”, video che insegnano che “l’Islam teme il nome di Cristo” e che Allah “non è un Dio ma un demone”, manifestazioni dove “Roma sventola solo il tricolore, l’Italia agli italiani, via la sinistra”. Il video sui barconi non è un contenuto isolato di chi si fa qualche domanda anche legittima sui flussi migratori: è un mattoncino tra tanti di un racconto identitario, islamofobo e nostalgico del fascismo. Il tutto intervallato da contenuti “neutri”, come quelli sui mattatoi e macelli tipicamente vegani.
maicolengel at butac punto it
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Immagine di testa di Manoj Poosam su Unsplash