11 settembre: 25 anni di complottismo
Nel venticinquesimo anniversario degli attentati dell'11 settembre, un editoriale sulla "madre di tutti i complotti"

Sono passati 25 anni da quel 11 settembre 2001, e tutti quelli che hanno l’età per raccontarlo si ricordano ancora perfettamente dov’erano quando hanno saputo del primo aereo, e dov’erano quando hanno sentito del secondo aereo. Quasi tutti quelli che conosco il crollo l’hanno visto in diretta, perché dopo il secondo aereo si sono piazzati davanti a uno schermo, increduli.
25 anni durante i quali si sono fatte indagini d’ogni genere, inchieste governative, ricerche indipendenti, indagini che dovrebbero aver confutato ogni bufala, ogni notizia disinformativa, ogni teoria del complotto. Da fact-checker mi verrebbe da dire che si è scavato sotto ogni detrito del World Trade Center e non ci sia più nulla da aggiungere. E invece siamo ancora qui, con tonnellate di persone che credono a diverse (spesso molte) teorie del complotto. Su BUTAC abbiamo trattato negli ultimi 13 anni quasi ogni teoria che ci veniva indicata, ne abbiamo fatto un elenco esaustivo per l’anniversario dei 20 anni, lo trovate qui.
Il che sposta la domanda che vale la pena farsi in questo anniversario.
Perché ci crediamo?
Non è più “cosa è successo l’11 settembre 2001“: a quello hanno risposto ingegneri strutturali, commissioni parlamentari, giornalisti indipendenti e sì, anche noi. La domanda è perché, a fronte di tutto questo lavoro, il complotto sia vivo oggi quanto (se non più di) allora?
Ci viene in aiuto uno studio del 2007, autori Marco Cinnirella, dal titolo:
A major event has a major cause: Evidence for the role of heuristics in reasoning about conspiracy theories
Che tradotto:
Un evento importante ha una causa importante: prove sul ruolo delle euristiche nel ragionamento sulle teorie del complotto
Studio che introduce un bias che su BUTAC ancora non abbiamo mai trattato: il bias della proporzionalità. E oggi è di questo che vogliamo parlare, e non di crollo controllato o demolizione pianificata delle Torri e del WTC7, dell missile al posto dell’aereo sul Pentagono, del volo United 93 abbattuto o mai esistito, dei “ballerini” israeliani, degli avvertimenti ignorati di proposito. Chi vuole quel genere di articolo sul 9/11, con le fonti, trova tutto linkato nel nostro elenco del ventennale. Oggi ci interessa il meccanismo che tiene in vita queste teorie, non l’ennesima smentita punto per punto.
Cos’è il bias della proporzionalità?
Lo studio di Leman e Cinnirella è diventato il punto di riferimento sul tema; ve lo riassumiamo in poche righe. Ai partecipanti veniva presentato lo scenario di un attentato a un presidente immaginario, con due possibili finali: in uno il presidente sopravviveva, nell’altro moriva. Il risultato è stato sorprendente: l’avvenimento era lo stesso identico, cambiava appunto solo l’esito, ma nel caso del finale più tragico i partecipanti erano molto più propensi a credere a una possibile cospirazione. Non serviva null’altro, bastava cambiare l’esito dell’avvenimento per avere una platea più incline a credere al complotto.
Lo stesso identico bias lo si vede infatti nel caso dell’omicidio di Kennedy: difficile credere che un solo uomo con un fucile sia stato in grado di cambiare la storia americana, è “deludente” pensare che ci sia solo un colpevole per un evento di tale portata, molto più facile pensare per l’appunto a una cospirazione architettata da fantomatici poteri forti.
L’11 settembre 2001 è l’episodio che meglio rappresenta questo meccanismo: abbiamo 19 uomini che, armati unicamente di taglierini, riescono a impadronirsi di più aerei e compiere l’attentato terroristico più grande che si sia mai visto. Più lo squilibrio tra causa e effetto è grande, più la nostra mente è portata a credere che possa esserci un complotto.
La percezione falsata
C’è un altro meccanismo che entra in gioco, più complesso del primo che abbiamo appena visto, e riguarda il controllo. Anche in questo caso c’è uno studio che se ne è occupato, autori Jennifer Whitson e Adam Galinsky, pubblicato nel 2008 su Science: Lacking Control Increases Illusory Pattern Perception (tradotto: La mancanza di controllo aumenta la percezione illusoria di un pattern). In questo studio venivano fatti sei esperimenti: ai partecipanti veniva sottratta la sensazione di avere controllo sulla propria situazione (con scenari di lavoro instabili, decisioni economiche casuali, minacce non gestibili). Il risultato è che chi si sentiva privo di controllo vedeva pattern dove non ci sono e presentava una maggiore disponibilità a credere a teorie del complotto e a spiegazioni superstiziose. Ci deve essere un colpevole, un nemico ben preciso contro cui gridare la propria rabbia. Si tratta, a mio avviso, di un meccanismo molto simile, se non uguale, a quello dei genitori con un figlio con delle disabilità a cui la scienza ancora non sa dire da cosa sono causate: il genitore deve trovare un colpevole, e il vaccino spesso diventa il capro espiatorio.
Mettere ordine
Questi due studi ci portano a dire che l’essere umano tollera male la possibilità che eventi enormi accadano per caso, per errori o per incompetenza di chi doveva vigilare. Le teorie del complotto pertanto si possono vedere come tentativi della nostra mente, del nostro subconscio, di fare ordine in un mondo che si è appena dimostrato incontrollabile.
Ma non è tutto qui, non bastano queste due spiegazioni per comprendere appieno come mai così tanti credano ancora in una delle tante teorie del complotto che circolano attorno a questa data storica. Perché la massa ci credesse serviva un pubblico che già avesse scarsa fiducia nel sistema: quello americano ha cominciato a perderla con la guerra in Vietnam e il Watergate, tant’è vero che nel 1980 si fidava del governo federale solo un americano su 4; poi sono arrivate le armi di distruzione di massa mai trovate in Iraq. Prima ancora che le Torri cadessero, gli Stati Uniti erano già un Paese che aveva imparato a sospettare che il proprio governo mentisse (e sicuramente le recenti rivelazioni sulla qualità dell’aria a New York dopo i crolli non miglioreranno la situazione).
E questo non vale solo per gli USA: la storia recente di molti Paesi occidentali, Italia compresa, è piena di episodi – dai depistaggi sulle stragi agli scandali istituzionali – che hanno prodotto lo stesso identico effetto collaterale.
Nativo digitale
A tutto questo va aggiunto un dettaglio non piccolo: l’11 settembre è la prima grande teoria del complotto nata e cresciuta interamente in rete, cambiando nettamente le regole del gioco rispetto al passato. Loose Change, il “documentario” amatoriale che raccontava il complotto, è stato diffuso online a partire dal 2005, e nel 2006 in pochi mesi una sua versione ha raccolto più di quattro milioni di visualizzazioni. Fu addirittura definito, con molta enfasi, il “primo blockbuster della rete“. Noi stessi abbiamo trattato video sul tema che avevano centinaia di migliaia di visualizzazioni solo in Italia.
L’importanza storica di Loose Change è ineguagliabile: per la prima volta un filmato amatoriale, senza un editore, senza un produttore, senza tutto il contorno abituale, poteva raggiungere milioni di persone. Loose change è appunto quello che si definisce un rule changer, cioè qualcosa che ha cambiato le regole del gioco.
Fai le tue ricerche
Il formato-documentario stile Loose Change è il progenitore di prodotti come Plandemic e dei tanti “documentari” su teorie mai provate, come quella sul complotto delle elezioni statunitensi del 2020. La frase “fai le tue ricerche” (che a noi fact-checker piacerebbe molto, se fosse messa in pratica usando fonti affidabili e non solo selezionando quelle che confermano i nostri pregiudizi) è diventato il mantra di molti diffusori di teorie del complotto, a partire da QAnon. Il problema è che le ricerche, secondo questi soggetti, vanno fatte in quei meandri della rete di scarsa o nessuna affidabilità, prendendo per buone le parole di individui che hanno specifici interessi a mentire.
Jonathan Kay, autore di Among the Truthers, ha dichiarato a Inside Edition che i video in cui venivano diffuse inesattezze e complottismo sulla nascita di Barack Obama
sono stati un effetto diretto di ciò che Loose Change aveva dimostrato possibile in termini di formato e diffusione.
Il podcast Is that a fact? del News Literacy Project, nell’episodio How 9/11 truthers planted the seeds for QAnon, racconta Loose Change come “probabilmente il singolo pezzo di media complottista più popolare mai creato”, capace di produrre i primi “risvegliati”, i futuri “red-pilled”, ben prima che YouTube esistesse.
La matrice di tutti i complotti
Karl Popper nel 1963 (in Conjectures and Refutations) scriveva:
A theory which is not refutable by any conceivable event is non-scientific. Irrefutability is not a virtue of a theory (as people often think) but a vice.
Che tradotto:
Una teoria che non sia confutabile da nessun evento concepibile non è scientifica. L’inconfutabilità non è una virtù di una teoria (come spesso si pensa), ma un vizio.
La teoria del complotto sull’11 settembre è costruita, come molte teorie del complotto di lunga data, per non poter essere confutata. Ogni smentita viene semplicemente assorbita e riletta come ulteriore prova del complotto. Il rapporto del NIST sul crollo del WTC7 non convince i complottisti che non ci sia stata demolizione controllata, li convince che il NIST è parte della cospirazione. Il silenzio degli ingegneri strutturali indipendenti che confermano le analisi non è mai la fine della discussione, è la prova che “anche loro” sono stati comprati o, peggio, zittiti. Contro un sistema costruito così, ogni affermazione che viene debunkata funziona come benzina, non come acqua: la smentita diventa parte della trama, mai la sua confutazione.
Concludendo
Sono passati 25 anni e la lezione che questo quarto di secolo ci ha portato in dote è che, messi di fronte alla scelta tra una spiegazione vera ma banale – un attacco terroristico riuscito per una somma di errori di intelligence – e una spiegazione falsa, ma cucita su misura, ci sarà sempre una parte del pubblico che continuerà a scegliere la seconda. Non per mancanza di prove. Ma perché la banalità del vero, semplicemente, non è sufficiente.
maicolengel (e noemi) at butac punto it
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Immagine di testa di New Yorker su Pexels