Perché condividiamo d’impeto?

Un approfondimento sui bias che ci portano a condividere contenuti che non abbiamo verificato

maicolengel butac 12 Giu 2026
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Un amico di BUTAC ci ha inviato una bella mail dove ci racconta di una classica catena di Sant’Antonio via WhatsApp che circola in Germania. L’amico è scafato, non gli serve che smentiamo la catena, ha già trovato chi l’ha già fatto in tedesco. Ma nella sua bella mail ha posto una domanda interessante a cui forse non abbiamo mai risposto in maniera estesa.

Oggi pertanto abbiamo deciso che ci dedichiamo a indagare insieme il perché anche le persone che riteniamo “smart” condividano d’impeto determinati contenuti.

Il problema non è l’ignoranza, ma la sicurezza

Verrebbe da pensare che più una persona è digitalizzata, più sia immune dalle bufale. Logico, no? Sa come funziona internet, usa strumenti avanzati, legge di tecnologia, magari usa pure le VPN e il riconoscimento a due fattori per accedere ai siti. Ma non è automaticamente così. Se lo fosse i giovani, altamente digitalizzati, dovrebbero essere quasi immuni alla disinformazione, e invece una ricerca presentata nel febbraio 2025 al Festival della comunicazione non ostile racconta cose diverse da quelle che ci aspetteremmo. Riporta ANSA:

Secondo i risultati dell’innovativa indagine Alfabetizzazione digitale & Fake News quasi un/una giovane su 3 (il 31%) mette like su una notizia non verificata e il 51% ammette di utilizzare i social come canali di informazione per leggere notizie di interesse. La ricerca, realizzata da Ipsos, Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e Parole O_Stili con il contributo di Fondazione Cariplo, ha coinvolto oltre 4.800 studenti di scuole secondarie di primo e di secondo grado ed ha voluto indagare non solo il rapporto tra giovani e fake news.

Gli studenti che si dichiarano più competenti tendono a condividere e apprezzare più contenuti falsi, come afferma Giuseppe Riva, professore di Psicologia della comunicazione all’Università Cattolica.

Non meno. Di più.

La colpa è di tre meccanismi legati ai bias cognitivi.

L’effetto Dunning-Kruger

Si tratta di un bias cognitivo documentato dagli anni Novanta del secolo scorso a cui, qui su BUTAC, abbiamo dedicato articoli più volte, di cui una del 2023.

…il cuore dell’effetto Dunning-Kruger risiede nella nostra incapacità di autovalutazione. Chi è meno competente spesso non ha gli strumenti cognitivi per riconoscere la propria mancanza di competenza. Allo stesso modo, chi è molto competente potrebbe presumere che ciò che è ovvio per sé lo sia anche per gli altri.

Uno studio pubblicato su Frontiers in Social Psychology nel 2025 lo dice chiaramente: il bias da overconfidence gioca un ruolo fondamentale nel giudizio informativo e nella decisione di condividere contenuti, contribuendo attivamente alla diffusione di informazioni false.

Quindi chi non ne sa molto tende a sopravvalutarsi (e quindi a riempire la rete di condivisioni non verificate); chi invece sa presume che anche gli altri sappiano e quindi non condivide i contenuti che ritiene ovvi, motivo per cui un sito come BUTAC, ricco di contenuti “ovvi”, non viene condiviso molto, mentre un sito come ByoBlu invece sì. Chi legge il secondo infatti non solo si ritiene altamente informato, ma pensa di dover condividere il più possibile questa conoscenza con gli altri per “aprirgli gli occhi” magari su quello che “i media mainstream non dicono”; laddove invece chi legge BUTAC lo fa più per passione personale che per convinzione che quello che facciamo possa rivelarsi un servizio utile ad altri, perché ritiene che tutti abbiano accesso alle informazioni contenute nei nostri articoli. Nel 2021, nello studio pubblicato su PNAS dal titolo Overconfidence in news judgments is associated with false news susceptibility, si dimostrava in maniera chiara che chi era troppo sicuro di sé stesso faticava a riconoscere la disinformazione rispetto a chi invece aveva meno fiducia eccessiva nelle proprie capacità.

La leva dell’urgenza anche detta “Seit gestern!”

Le catene di Sant’Antonio, inclusa quella che ci è stata inviata dal nostro lettore, sono costruite appositamente per “impedire la pausa”, ovvero per creare una sensazione costante di urgenza. Dire che un qualcosa è cominciato “da ieri (seit gestern, appunto)” e che rischiamo di esserne tagliati fuori ci mette ansia (FOMO, anyone?). Ed è per questo che le chiamate truffa dei call center iniziano sempre dandoci a intendere che da oggi, o da ieri, sono cambiate le tariffe, che abbiamo un’ultima possibilità per cambiare gestore, e così via.

L’utente che si sente “smart”, se il tema è qualcosa che crede di conoscere, abbassa la guardia, e se messo in una condizione di urgenza è portato a condividere senza verifica anche contenuti molto veloci da verificare.

L’effetto “terza persona”

Infine esiste un meccanismo molto sottile, sempre legato alla nostra stima del mondo che ci circonda. Nel 1983 viene pubblicato The Third-Person Effect in Communication, di W.Phillips Davison. Dall’abstract:

Una persona esposta a una comunicazione persuasiva nei mass media ritiene che questa abbia un effetto maggiore sugli altri che su se stessa. Ogni individuo ragiona: “Io non sarò influenzato, ma loro (le terze persone) potrebbero benissimo esserlo”.

In pratica: siamo tutti convinti che alle bufale ci credano solo gli altri. Questo ci rende meno vigili, non di più.

No, purtroppo non basta il buonsenso

Sia chiaro, il buonsenso è alla base del riconoscere la disinformazione, ma da solo non basta, perché il buonsenso richiede una pausa deliberata, e i contenuti virali sono progettati per eliminare quella voglia di attendere e riflettere. Quello che servirebbe è trasformare il buonsenso in un’abitudine: fermarsi prima di condividere, cercare la fonte originale, controllare la data – sempre, anche quando tutto ci sembra corretto. Come il meccanismo per cui prima di attraversare la strada guardiamo a destra e a sinistra, così prima di premere Condividi perdiamo tre minuti per una veloce verifica.

maicolengel at butac punto it

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