Il Corriere, il 5G e i riequilibri energetici
Due segnalazioni sui campi elettromagnetici che ci danno occasione di ribadire quanto già spiegato numerose volte sulle radiazioni emesse dalle antenne del 5G

Oggi cogliamo due piccioni con una fava, anzi due piccioni con un’antenna e un ciondolo. Bando alle ciance, oggi (ri)parliamo di 5G e lo facciamo grazie a due segnalazioni scollegate fra loro che abbiamo ricevuto in questi giorni. La prima e più importante riguarda un articolo apparso sul Corriere della Sera edizione di Brescia, dal titolo:
Emissioni antenne 5G, a Brescia i residenti del quartiere Abba sono esasperati: «Non dormiamo più, ronzio fa vibrare il cervello»
Nell’articolo tra le tante cose leggiamo:
La discussione è accesa a causa dell’esasperazione del primo firmatario: «Sono anni che non dormo più di notte, in strada non si sente nulla, a casa mia c’è un ronzio che fa vibrare il cervello». Ma non è una lamentela isolata, si sono svolte diverse assemblee e incontri pubblici. «Si tratta di una problematica presente nel quartiere», rivela il presidente del Consiglio di Quartiere Andrea Pasotti, mentre risponde alle domande serrate di Carlo Andreoli (FdI). Così il consigliere di Brescia civica Giovanni Viviani dà la propria interpretazione sulla causa delle inquietudini dei residenti del quartiere Abba: «Ricordo che AIRC, l’Associazione Internazionale per la Ricerca sul Cancro, ha inserito i campi elettromagnetici tra i possibili cancerogeni per l’uomo, nella sezione tra “non so” e “non escludo” — dichiara all’assise —. Questa incertezza fa vivere ancora peggio i cittadini che si trovano in certe situazioni».
Noi non viviamo nel quartiere e non possiamo sapere se ci sia questo ronzio di cui parlano o se sia altro (ne parliamo tra poco).
La classificazione 2B dello IARC
Prima di tutto però ci interessa la citazione dell’associazione AIRC, poiché AIRC è l’Associazione Italiana per la ricerca sul cancro, chi invece pubblica le categorie di rischio è lo IARC che è appunto l’International Agency for Research on Cancer – un dettaglio, sia chiaro, e sembrano la stessa cosa, ma non lo sono.
Come abbiamo spiegato più e più volte qui su BUTAC la categoria 2B in cui troviamo i campi elettromagnetici è quello degli elementi “possibilmente cancerogeni” e si tratta della più blanda tra le categorie di rischio riconosciute dallo IARC. Nella stessa categoria fino a un po’ di tempo fa trovavamo il caffè (poi rimosso), e oggi troviamo il talco cosmetico e le emissioni dei motori a benzina. Su circa 950 agenti esaminati dallo IARC fino ad oggi, il 30% circa è classificato nel gruppo 2B. Tradotto: se ogni sostanza in gruppo 2B fosse una minaccia reale, avremmo dovuto smettere di bere caffè prima di preoccuparci delle antenne 5G. La classificazione delle radiofrequenze come 2B risale al 2011 e si riferisce ai campi elettromagnetici in generale, non specificamente al 5G.
Gli studi
Viviani e il giornalista del Corriere omettono di raccontare che il 7 novembre 2025, sul sito dell’AIRC, quella stessa associazione che il consigliere ha citato sbagliando sigla, è apparso un articolo che risponde senza giri di parole: “No, non ci sono attualmente prove scientifiche sufficienti a sostenere un rapporto diretto di causa ed effetto tra l’esposizione a campi elettromagnetici e il cancro ma la comunità scientifica concorda sul fatto che sono necessari ulteriori studi.”
E di studi lo IARC ne sta portando avanti tanti, che però continuano a non trovare evidenze di aumenti statistici significativi legati a problemi di salute causati dai campi del 5G. Qui potete trovare le ultime pubblicazioni scientifiche in merito.
Il ronzio
Quanto al “ronzio che fa vibrare il cervello”, possono esserci più motivi per questa sensazione. Il primo, più banale, ma non collegato al 5G, potrebbe essere causato dai trasformatori e i piloni della rete elettrica che emettono un ronzio a 50 Hz (che è la frequenza della corente alternata italiana) che in certi casi può essere fastidioso anche a distanza. Le antenne 5G non ronzano. Ma esiste una seconda possibilità, ovvero che quello che si sente sia una sensazione reale per chi la vive, per la quale la scienza ha un nome specifico: ipersensibilità elettromagnetica. Questa condizione sembra avere un responso abbastanza chiaro: non esistono prove di un nesso di causa ed effetto tra l’esposizione ai campi elettromagnetici e i sintomi percepiti da chi si dichiara ipersensibile. Come riportato da ricercatori australiani però, pur non esistendo prove, ed essendo nota la possibilità che si tratti di un effetto nocebo (ovvero un effetto negativo causato dall’aspettativa o dalla convinzione che qualcosa, in questo caso il 5G, sia dannoso – ovvero l’esatto contrario del placebo) gli effetti e le sofferenze sono reali e necessitano comunque cure e supporto.
Il ciondolo
E veniamo alla seconda segnalazione di oggi, segnalazione che mi ha mandato la nostra Noemi, con lo screenshot che vedete qui sotto, commento incluso:

Questo te lo segnalo io, che per il negozio sarebbe perfetto 😁
(Per chi non lo sapesse ho un negozio che vende gioielleria, e Noemi mi sta allegramente perculando.)
Ma appunto la sua segnalazione è perfetta per concludere l’articolo di oggi. Perché vedete, prodotti come questo ciondolo per il “riequilibrio energetico che attenua gli effetti dell’elettrosmog” sono figli della disinformazione generata da articoli come quello del Corriere.
Il ciondolo, come si legge sul fianco della confezione, è di shungite, un minerale estratto in Karelia, Russia. Materiale che da anni ha una buona fetta di mercato nel campo dei prodotti per il benessere anti-elettrosmog. Peccato che gli usi della shungite come protezione da radiazioni o per scopi medici non siano in alcun modo validati da ricerche scientifiche. Il meccanismo attraverso cui dovrebbe funzionare la shungite sarebbe legato ai fullereni, molecole di carbonio che la shungite contiene in quantità variabile. Peccato però che nessuno abbia mai dimostrato che tenere un fullerene al collo interagisca in alcun modo con le onde radio emesse da un’antenna a centinaia di metri di distanza.
Il punto è che non c’è solo il ciondolo: grazie ad articoli e politici vari che non si informano, non informano il loro pubblico ma contribuiscono alla disinformazione è nato un mercato fiorente di prodotti, assolutamente inutili, dai pendenti da 10 euro alle piramidi da 80, dalle piastrine adesive per il telefono agli “armonizzatori” da posizionare sul router, che prospera e continua a crescere alimentato dalle paure generate da questi contenuti “giornalistici”.
Concludendo
Il pezzo del Corriere quindi, nel raccontare della petizione e delle proteste, fa una cosa che da anni lamentiamo: non inquadra i fatti, non li approfondisce, lascia il lettore nel dubbio generando paure immotivate.
Non è giornalismo di denuncia ma amplificazione del panico senza contraddittorio. E quando un consigliere comunale cita un’associazione sbagliando sigla e attribuendole conclusioni che non ha tratto, e il giornalista non corregge… beh, il problema non è il 5G.
Questo modo di fare informazione prospera sull’alto tasso di analfabetismo funzionale del nostro Paese, e ogni articolo così contribuisce ad allargarlo. Il mercato dei ciondoli anti-elettrosmog ve lo conferma. Ma se ci tenete a comperarli ditemelo, che me ne rifornisco un po’ in negozio.
maicolengel at butac punto it
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Immagine di testa generata con IA