Il furto del futuro… numeri alla mano
Se qualcuno protesta (soprattutto se è giovane), qualcun altro (soprattutto se è un boomer) sarà pronto a mostrare numeri per spiegargli che non ne ha motivo

Sulle bacheche di tantissimi contatti social ho visto in questi giorni circolare un post, diventato virale, che si rivolge ai ragazzi scesi in piazza a protestare per la scuola. Un post che usa numeri per portare avanti uno specifico discorso verso i giovani, questo:
“Ci state rubando il futuro”, dicono i ragazzi, circondati dal sorriso compiaciuto dei tanti adulti che si sbracciano affinché, persino in questo come in ogni altro ambito, non manchi ai ragazzi il mortificante aiuto dei più grandi (ci siamo pure dovuti sorbire le mamme in piazza con il penoso striscione “non caricate i ragazzi”: ma davvero siamo disposti ad essere così ingombranti nella vita dei nostri figli? Tremendo…).
A me, che sono attratto più dalla realtà che dalle opinioni, è presa voglia di provare a misurarlo, questo cavolo di furto. E così mi sono accorto che negli ultimi dieci anni (più o meno) sono cambiate effettivamente molte cose: se prima, ad esempio, servivano 930,92 euro per i libri delle superiori, oggi ne servono – a parità di potere d’acquisto – 805,15; se prima veniva bocciato ogni anno il 9,0% degli studenti, ora se ne boccia il 5,6%; se prima le nostre scuole avevano 10,1 insegnanti ogni 100 studenti, oggi ne hanno 13,9; se prima era l’80,7% degli iscritti alle superiori a raggiungere il diploma, oggi è l’87,3%; se prima l’esonero dalle tasse universitarie interessava il 10,2% degli iscritti ad atenei statali, oggi riguarda il 38,1%; se prima c’erano circa 42.300 posti alloggio universitari gratuiti, oggi ce ne sono 46.453; se prima si pagavano 143.306 borse di studio universitarie, oggi se ne pagano 299.618; se prima il 35,9% dei diplomati trovava un impiego entro un anno dal diploma, oggi lo trova il 42,0%; se i giovani NEET (coloro che non studiano e non lavorano) tra i 15 e i 29 anni erano il 25,7%, oggi sono il 13,3%; se la disoccupazione giovanile era al 42,7%, ora è al 20,6%.
Insomma: dov’è, ragazzi, questo “furto”? Vi spaventano 4,5 miliardi destinati in finanziaria alla difesa comune? Ma sapete che la scuola e l’università costano, ogni anno, almeno 16 volte tanto? E dei 175 miliardi che abbiamo destinato al superbonus, per rifare appena il 4% delle case degli italiani, che ne pensate?
No, ragazzi, davvero: non c’è nessun furto e se una cosa dovete rimproverarci (e fatelo a voce alta, vi prego!) è avervi cresciuto illudendovi che ci fosse sempre qualcuno ad agire per voi (rileggere l’incipit) e che esistessero solo diritti (rileggere i numeri), mai doveri; che, insomma, tutto fosse dovuto, persino il futuro. Ecco: benvenuti nei vostri 20 o 25 anni, benvenuti nella realtà, benvenuti in quel futuro che nessuno vi sta rubando, ma che è invece la cosa più bella che ora dovreste provare a costruirvi. Coraggio, saltate giù, provate a fare a meno di noi: sarà molto più divertente.
PS: Naturalmente non riporto, per esigenze di spazio, le fonti dei dati che ho citato, ma sono tutti dati verificati (e verificabili).
Qui su BUTAC ci siamo già occupati di raccontare certi numeri e di provare a fare chiarezza sulle proteste degli studenti, e proveremo a farlo anche oggi, partendo dal testo che avete appena letto.
La tesi del post è semplice: l’autore, rispondendo agli slogan usati dagli studenti – slogan in cui accusavano che gli venisse “rubato il futuro” – sostiene che non ci sia stato in realtà alcun furto. Affermando che negli ultimi dieci anni per questi giovani sia andato tutto meglio: libri meno cari, meno bocciati a scuola, più borse di studio, e infine meno disoccupati.
Molti dei numeri citati nel post sono giusti, e il problema è anche questo: chi li legge e cerca di verificarli trova conferme, e quindi si fida anche sul resto. Ma nel testo ci sono anche cose che non tornano.
La disoccupazione giovanile
La disoccupazione è scesa dal 42,7% a circa il 20%, è vero. Ma il 42,7% è il dato del 2014, il momento di picco della crisi, che è un po’ una paraculata; partire dall’anno peggiore è un gancio per far sembrare eccezionali i risultati degli anni migliori, è una strategia di marketing basata sui bias cognitivi che ormai da anni vediamo fare anche a tanti politici.
Come dicevamo infatti i numeri sono corretti, il problema è che il calo della disoccupazione giovanile non vuol dire che i giovani lavorino di più. Lo dicono gli stessi dati Istat: a luglio 2026 i 15-24enni occupati erano 55mila in meno rispetto a un anno prima, e il loro tasso di inattività era salito di 1,4 punti. Il tasso di disoccupazione scende, tra gli altri motivi, anche perché aumenta chi il lavoro non lo cerca proprio.
I docenti ogni 100 studenti
Anche questo dato va messo nel suo contesto. Basta un filo di spirito critico per capire che, se calano gli studenti, il rapporto docenti/studenti migliora da solo. Ed è quello che è successo: gli studenti diminuiscono ogni anno, mentre i docenti rimangono più o meno gli stessi. Stessi insegnanti, meno ragazzi.
Poi c’è il sostegno. I posti di sostegno “in deroga”, cioè quelli autorizzati anno per anno oltre l’organico stabile, sono passati da 33.371 nel 2015-16 a 125.462 nel 2024-25, secondo Tuttoscuola su dati del Ministero. Oggi sono più della metà di tutti i posti di sostegno. E sono posti precari: non si possono usare per le assunzioni in ruolo, quindi ogni anno si ricomincia da capo, spesso con un insegnante diverso.
Il loro compito principale è seguire gli alunni con disabilità. Contarli come se fossero insegnanti in più per tutta la classe gonfia il dato. Più insegnanti di sostegno, e per di più precari, non vogliono dire classi meno affollate per tutti gli altri.
Le bocciature (e le lodi)
Il testo parla solo del fatto che siano diminuite le bocciature a scuola, ma questo non è detto che sia un dato favorevole – come abbiamo già in parte analizzato nel nostro articolo in cui parlavamo delle lodi e dei voti di maturità. Potrebbe essere lassismo da parte del corpo docente, o addirittura scarsa voglia di discutere coi genitori, ma ci possono essere mille motivi per cui oggi si boccia meno di ieri. Riportare quel numero come qualcosa di positivo, in mancanza di dati che ne dimostrino il valore, non è corretto.
Ma quindi?
Il post risponde a una domanda che in realtà nessuno ha realmente fatto. In piazza le richieste degli studenti erano infatti molto chiare, volevano misure contro il carovita, e più investimenti nella scuola. Che il costo della vita sia aumentato (non solo nel nostro Paese) è anche questo un dato verificabile, ma nel nostro Paese stipendi e ammortizzatori sociali non sono cresciuti di pari passo, rendendo sempre più difficile e costoso semplicemente tirare avanti. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, in Italia i salari reali, cioè al netto dell’inflazione, sono ancora 8,7 punti sotto il livello del 2008: il risultato peggiore di tutto il G20 (OIL, Rapporto mondiale sui salari 2024-25). Ed è proprio questo il futuro che stiamo rubando a questi ragazzi, rendendo sempre più costoso e quindi non affrontabile un percorso di crescita e miglioramento.
Chi scrive post come questo spesso appartiene alla mia generazione, la X, o a quella prima (nel caso specifico siamo di fronte a un classe 1980, ho verificato). Generazioni che hanno avuto genitori che avevano ancora la forza per fare tutte quelle cose che i genitori di oggi non riescono a fare: risparmiare, comprare casa, contribuire al futuro dei figli. Non per merito di politici particolarmente bravi, anzi, ma di un ventennio (quello 60-80) che veniva subito dopo il boom economico, boom che ha permesso a una buona fetta della popolazione italiana di crescere e migliorare la propria condizione sociale ed economica ben di più di quanto si possa fare oggi.
Concludendo
Come avete visto numeri corretti non bastano a raccontare una narrativa imparziale o a portare avanti un ragionamento giusto. Io vorrei sperare si tratti di misinformazione, senza alcun intento malevolo. Ma funziona come se fosse malinformazione, vista la decontestualizzazione dei dati e il cherry picking nello scegliere quali raccontare e quali omettere.
Ammetto che mi è dispiaciuto vedere quanti miei contatti – persone che si sentono razionali e dotate di spirito critico – abbiano applaudito quel post condividendolo. Non che servisse, ma è la perfetta dimostrazione del fatto che volenti o nolenti, in buona fede, tutti rischiamo di cadere nella disinformazione.
Le fonti
L’autore del post lo conclude con una frase che non ho apprezzato, perché guarda caso è la stessa che vedo ripetere da anni dai fuffaroli e disinformatori che trattiamo regolarmente su queste pagine:
…non riporto, per esigenze di spazio, le fonti dei dati che ho citato, ma sono tutti dati verificati (e verificabili).
A noi le fonti piacciono e non riteniamo le “esigenze di spazio” qualcosa che giustifica il non mostrarle. Alcune ve le abbiamo messe nel testo che avete appena letto, le altre sono qui sotto, tutte in ordine:
- Istat – Rapporto annuale 2026
- Istat – Occupati e disoccupati, luglio 2026
- Istat – Occupati e disoccupati, agosto 2026
- Ministero dell’Istruzione – Esiti degli scrutini, secondaria di II grado 2025/26
- Ustat-MUR – La contribuzione studentesca 2021/22
- Orizzonte Insegnanti – borse di studio 2024/25
- Pagella Politica – DPB 2027
- MF-Milano Finanza – DPB e clausola nazionale
- Camera dei Deputati – la dimensione economica del Superbonus
maicolengel at butac punto it
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Immagine di testa di National Cancer Institute su Unsplash