Islanda, referendum e interferenze
Il referendum sull'Unione Europea in Islanda è stato manipolato? O le campagne per il No hanno imparato i metodi dagli altri omologhi in giro per il mondo?

Il 29 agosto 2026, come molti già sapete, c’è stato un referendum in Islanda, un referendum per chiedere alla popolazione se fossero interessati alla ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea. Il risultato del referendum è stato a favore del no: 52,8% No contro 47,2% Sì. Alle urne c’è stata un’affluenza altissima, l’82,6%, segno che la questione nel Paese era molto sentita.
Ma la questione che interessa a noi di BUTAC è legata non tanto alla decisione mostrata alle urne, ma a una questione di cui neppure l’UE vuole interessarsi, come difatti ha riportato ANSA:
Ue, ‘no comment su possibili interferenze nel voto in Islanda, non ci riguarda’
“Si tratta di una scelta del popolo islandese e il Dsa non si applica in Islanda”
La campagna per il No e le somiglianze con la Brexit
Secondo quanto riportato dal Guardian la campagna per il No, come tante simili che abbiamo visto nel corso degli ultimi anni, ha sfruttato spauracchi simili a quelli usati dagli attivisti della Brexit nel 2016. Sostenendo che a subire danni dall’eventuale adesione all’UE sarebbero stati pesca e agricoltura, che sono temi a cui gli islandesi sono molto attaccati. E quanto questo abbia influito nella scelta di voto lo si evince bene dal risultato del voto tra gli elettori della capitale e il resto del Paese, molto più rurale e legato appunto a quei due temi.

La stessa cosa che a suo tempo appunto vedemmo con la Brexit: gli elettori meno acculturati sul tema si sono lasciati influenzare dalle bugie (poi candidamente ammesse) di soggetti come Farage. Riporta il Guardian:
Tra le affermazioni della campagna per il “no” vi era quella secondo cui l’UE si sarebbe comportata come una “nuova superpotenza” sull’Islanda e avrebbe potuto trasformare il paese in un “villaggio di pescatori senza quote”, dove le aziende straniere avrebbero potuto investire nel prezioso e redditizio settore della pesca islandese, mettendo i diritti di pesca e i profitti nelle mani di soggetti esterni.
E purtroppo nello stesso articolo ci mostrano quello che io vedo anche in alcuni giovani italiani: la paura dell’UE raccontata da Þòrir Snoor, sostenitore del Sì, che ai microfoni del cronista del Guardian ha detto:
Il fronte del ‘no’ ha seminato molta paura e lo ha fatto molto, molto bene. Molti dei miei amici mi hanno detto di avere paura dell’Unione Europea.
Hulda Þórisdóttir, docente di scienze politiche all’Università d’Islanda, ha detto sempre al Guardian che la gente avrebbe votato no perché non vogliono che i loro figli debbano arruolarsi nell’esercito europeo.
Come se il Sì al referendum sarebbe stato sinonimo di Sì all’adesione e, di conseguenza, Sì alla coscrizione in un fantomatico esercito europeo. Sia chiaro, che l’Europa abbia necessità di un suo esercito può starci, anzi, a mio avviso sarebbe importante farlo, ma ad oggi non esiste, e anche esistesse sarebbe costituito di professionisti volontari, come ormai succede in molti Paesi dell’UE.
Una cosa che tutti gli intervistati hanno riportato è che erano sorpresi di quanto bene fosse stata finanziata la campagna per il No. Purtroppo a noi non è dato sapere la fonte di quei finanziamenti.
Ma questo non significa che la Russia, o gli USA, abbiano avuto una diretta influenza sul voto al referendum, per quel possiamo saperne, semplicemente, i partiti principalmente legati alla destra hanno copiato il modo di fare politica dai loro omologhi degli altri Paesi, basandosi sulla malinformazione e la paura. Perché – invece che inventare cose dal nulla – è molto più facile manipolare fatti reali, magari con omissioni che alimentano le paure della gente, invece che con bugie facilmente verificabili.
In chiusura un ulteriore appunto: la guerra delle bandiere, con le campagne per il No in Islanda, è arrivata anche sull’isola dove, ad esempio, nella notte tra il 7 e l’8 luglio i gradini della Chisa Gravafarvogur – che da cinque anni erano dipinti a rappresentare la Progressive Flag – sono stati ridipinti da anonimi nella notte con i colori della bandiera islandese, il tutto ovviamente senza permesso alcuno. Il reverendo Arna Ýrr Sigurðardóttir nel denunciare l’atto ha sottolineato l’accaduto come un esempio di come le bandiere vengano strumentalizzate nelle guerre culturali.
maicolengel at butac punto it
Se ti è piaciuto l’articolo, sostienici su Patreon o su PayPal! Può bastare anche il costo di un caffè!
Un altro modo per sostenerci è acquistare uno dei libri consigliati sulla nostra pagina Amazon, la trovi qui.
BUTAC vi aspetta anche su Telegram con il canale con tutti gli aggiornamenti.
Immagine di testa di Rory Hennessey su Unsplash