Tutto quello che abbiamo scritto sul Donbas…
...e sulla propaganda che lo circonda

Dal 2022 ad oggi su BUTAC abbiamo scritto decine di articoli sul Donbas e sulla guerra in Ucraina, decine di articoli che purtroppo scompaiono nella miriade di fact-checking che pubblichiamo settimanalmente. Per questo ho pensato fosse utile e sensato raccogliere tutto in un singolo articolo, con richiami a quelli già pubblicati e che potesse riassumere quanto già detto; utile soprattutto per chi volesse avere un quadro d’insieme di quanto già analizzato finora, con rimandi ai singoli approfondimenti.
Il “punto di partenza”: febbraio 2022
Quando il 24 febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina la macchina della propaganda russa era al lavoro da anni. Su BUTAC avevamo già seguito l’ottimo lavoro portato avanti da DFRLab e EUvsDisinfo che avevano documentato anni di operazioni di influenza russa, dimostrando come reti di account coordinati e contenuti falsi o decontestualizzati diffusi sistematicamente avessero già manipolato l’opinione pubblica negli anni precedenti l’invasione per giustificare quanto era avvenuto in Donbas dal 2014.
Questa guerra è nata nel 2014…
In quei giorni la tesi che andava per la maggiore – anche tra alcuni dei giornalisti italiani che raccontavano il conflitto – era che l’Ucraina se la fosse cercata, e che la responsabilità di quanto stava avvenendo fosse tutta da imputarsi all’Occidente. Secondo certuni era la NATO ad aver provocato la Russia (e comunque, fosse stato così, rispondere a tale provocazione esattamente come pianificato dai provocatori non sarebbe stata una mossa da grandi statisti, piuttosto da asilo Mariuccia con tanto di “maestra, ma ha cominciato lui!”) e gli Stati Uniti erano i colpevoli di quello che secondo la narrazione filorussa era stato il “colpo di stato” del 2014. Il tutto veniva raccontato sfruttando mezze verità, omissioni e falsità nette. Noi abbiamo smontato quell’impianto narrativo pezzo per pezzo, partendo dal fatto che la caduta di Yanukovich è stata votata persino dai membri del suo stesso partito.
Le 14mila vittime e il genocidio del Donbas
La narrativa che tutt’ora viene condivisa è quella di 14mila vittime innocenti che sarebbero morte in Donbas per colpa dei cattivi ucraini, ma è un numero decontestualizzato, che viene sfruttato e condiviso da chi si è limitato a leggere una specifica narrazione, quella filorussa. Il numero viene da un documento dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, ma comprende le vittime di entrambe le parti: 3.404 civili, circa 4.400 militari ucraini e circa 6.500 ribelli filorussi. Attribuire queste morti a una volontà genocida di Kiev è una manipolazione, confermata peraltro dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU, che il 16 marzo 2022 ha sentenziato che in Donbas non era in corso alcun genocidio. Lo spiegavamo il 17 marzo 2022.
I false flag pre-invasione
Il più noto avvenne due giorni prima dell’invasione, proprio in Donbas, come riportavamo nel nostro articolo del 2022:
…tre persone sarebbero rimaste uccise in questo incidente. A riportare la notizia ai media oltre a Patrick Lancaster ci pensa anche il quotidiano russo Izvestiya. Si sostiene che l’obiettivo fosse un comandante militare del DNR che viaggiava in un furgone a fianco del veicolo colpito. La storia viene ripresa da Gazeta, RT, Rossiskaya Gazeta, viene ordinata un’indagine ufficiale sui fatti. L’esplosione viene definita un attacco terroristico.
Peccato che, come dimostrato dai giornalisti di Bellingcat con l’ausilio di un esperto di esplosivi e di un medico legale, i danni al veicolo non corrispondessero a un’esplosione IED e che almeno uno dei corpi presentasse segni inequivocabili di autopsia: era morto prima di essere sistemato sulla scena. Una “scena del crimine” costruita ad arte, insomma.
La narrazione filorussa made in Italy
Purtroppo, grazie ad abili manovre portate avanti da anni dai servizi russi, non tutta la disinformazione arriva da canali apertamente propagandistici. Difatti anche servizi dei nostri principali canali della TV pubblica tra il 2015 e il 2016 parlavano di una “guerra civile” in corso in Donbas, servizi che intervistavano e romanticizzavano personaggi italiani – che oggi definiremmo agenti del Cremlino – che erano andati a combattere sul fronte filorusso. Quei servizi vengono riesumati anche a distanza di anni dalla propaganda per continuare a sostenere la tesi che in Donbas avessero ragione i russi, e la Rai e i giornalisti che firmavano quei servizi non hanno mai fatto un passo indietro ammettendo la faziosità di quanto riportato. Anzi, alcuni dei giornalisti che firmavano quei servizi sono pure stati premiati. Quando invece di premiarli andrebbero mostrati per quel che sono: esempi di giornalismo superficiale che faceva sue le narrazioni russe senza alcuna verifica. Materiale che ci si aspetta su testate di parte, non su canali della TV pubblica.
Sia chiaro, lo stesso accadeva su testate blasonate ma evidentemente poco interessate all’approfondimento, come ad esempio nell’articolo de La Stampa sulla “carneficina” in Donetsk.
Gli accordi di Minsk: chi li ha sabotati?
Tra le tante narrazioni filorusse circola tutt’ora, e con convinzione, quella che vuole Kyiv e l’Ucraina come i primi a violare gli accordi di Minsk, rendendo inevitabile l’invasione. Ma i fatti sono molto più complessi di come li vuole raccontare il fronte filorusso. I testi degli accordi erano volutamente ambigui, e la Russia non si considerava parte in causa e quindi non si sentiva vincolata dagli stessi. Inoltre c’erano due possibili interpretazioni sull’autonomia del Donbas, interpretazioni che non erano conciliabili tra di loro.
Gli accordi però erano riusciti perlomeno a ridurre progressivamente le vittime tra i civili e le violazioni dei “cessate il fuoco”; ed è stata la Russia a rimettere in moto il conflitto, rendendo di fatto nulli gli accordi.
Le narrazioni rovesciate
Nell’agosto 2022 il blog di Nicola Porro sosteneva che gli ucraini stessero fuggendo in Russia, dando a intendere che fosse la dimostrazione che persino i cittadini ucraini fossero in contrasto col governo di Zelensky. Peccato che la notizia fosse costruita su dati assolutamente decontestualizzati e ignorasse completamente la differenza tra ucraini deportati forzatamente e ucraini che sceglievano volontariamente di spostarsi verso ovest. Porro e il suo staff non hanno mai smentito la notizia.
Fuoco sui filorussi, Kiev viola la tregua
Non solo testate giornalistiche italiane e TV pubblica sono cascate nella propaganda filorussa sul Donbas. Anche scienziati, come ad esempio il fisico Carlo Rovelli, l’hanno fatto. Rovelli a febbraio 2023 condivideva sui social un articolo del 2014 di Repubblica che, secondo lui, dimostrava come i cattivi in quei territori fossero appunto gli ucraini che attaccavano a sorpresa i poveri abitanti del Donbas. Peccato che la fonte di Repubblica fosse “il loro corrispondente dalla Russia” e che tutta la notizia fosse basata solo su veline russe. Nel 2014 Amnesty International aveva già smentito tutto, peccato che la redazione de la Repubblica non abbia mai aggiornato il proprio articolo che tutt’oggi viene sfruttato per disinformare. Anche questa, lasciatecelo dire, è propaganda.
Le narrazioni epiche su Zaporižžja: i “300 antifascisti” del 2014
Secondo alcuni racconti “epici” che circolavano ancora nel 2025 il 13 aprile 2014 a Zaporižžja (che secondo i racconti sarebbe nel Donbas, ma è un errore) 300 eroici combattenti contro il fascismo ucraino avrebbero resistito a 1500 nazisti ucraini cantando tutti insieme l’inno sovietico. Peccato che la notizia non esista. O meglio, non esiste alcuna prova che questo sia successo. Il video che viene sfruttato come fonte del post è reale, ma quello che mostra è un gruppo di separatisti – una minoranza in città – che volevano staccare Zaporižžja dall’Ucraina. Dei 1500 nazisti ucraini che li attaccavano non c’è traccia, ma la costruzione narrativa è parte del sistema propagandistico filorusso: il nemico va disumanizzato, l’amico va reso eroe del popolo oppresso.
Concludendo
Il filo rosso che lega tutti questi articoli, e i tanti altri che parlano della guerra in Ucraina, è uno solo: dezinformatsiya, per usare il termine tecnico, attiva da ben prima dell’invasione del 2022, e anche da prima del 2014. A dimostrazione che non siamo di fronte a qualcosa di scoppiato per caso, ma che c’è una precisa strategia dietro ogni notizia che arriva da Russia e Ucraina, probabilmente fin dal 2007, se non prima. La macchina della disinformazione russa funziona purtroppo su scala industriale, sfruttando la buona fede di chi ci casca e la malafede di chi la sfrutta per i propri interessi di potere; si adatta ai media locali dei Paesi in cui viene usata anche grazie a una rete di soggetti che da tempo definiamo “agenti del Cremlino”, infiltrati da anni nelle redazioni e nei partiti. In Italia purtroppo ha trovato terreno fertile, grazie a un ecosistema mediatico abituato a riprendere le agenzie straniere senza fare alcuna verifica, e grazie a commentatori, dai personaggi TV ai premi Nobel, disposti a condividere articoli senza prima un controllo alle loro fonti.
redazione at butac punto it
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