Le ondate di calore degli anni 30 e 40
Grafici che dovrebbero dimostrare l'inesistenza di un problema di riscaldamento globale, ma che sembrano paragonare le mele con le pere

A metà luglio sul profilo Facebook di Franco Battaglia è stato pubblicato un post con un grafico che ci è stato segnalato per delle verifiche. Post e grafico li trovate qui sotto:

Franco Battaglia: Ci sono state ondate di calore ben più consistenti negli anni 1930-40.
Il grafico è vero, come dimostrano le fonti che sono riportate in piccolo subito sotto. Il problema difatti non è il grafico in sé, ma spacciare questo grafico come se fosse la dimostrazione dell’inesistenza di un problema globale. Partiamo però dalla prima cosa, quella più evidente. Quello mostrato, come è chiaro dal suo titolo:
Annual Heat Wave in the United States
non è un grafico che racconta l’andamento delle ondate di calore nel mondo, ma in un solo specifico Paese. L’Heat Wave Index dell’EPA copre solo i 48 stati contigui. Mentre Battaglia lo usa per dare a intendere che il riscaldamento globale sia una bufala, ma un dato regionale non falsifica un trend globale e infatti i dati globali di temperatura non mostrano nessun andamento comparabile negli anni Trenta. Omettere questo dettaglio è malinformazione.
Inoltre il picco americano degli anni Trenta e Quaranta ha una spiegazione nota, e non ha nulla a che fare con il caldo come lo intendiamo noi. Quel periodo difatti coincide col Dust Bowl: siccità estrema aggravata da pratiche agricole devastanti (aratura intensiva delle Grandi Pianure, erosione del suolo) che amplificarono localmente le ondate di calore. Anche omettere questo dettaglio è malinformazione.
Purtroppo di testate che danno spazio a questo genere di (mal)informazione nel nostro Paese ne troviamo sempre qualcuna, ad esempio La Verità, che proprio pochi giorni fa ha pubblicato, sempre con la firma di Battaglia, un articolo dal titolo:
Continua la crociata dei catastrofisti contro chi dubita dei dogmi climatici
Nell’articolo Battaglia sfrutta il vittimismo, dipingendo lui e quelli come lui che negano il riscaldamento globale come voci silenziate, e non è la prima volta che lo vediamo perseguire questa strada.
Sempre nell’articolo de La Verità viene mostrato l’ennesimo grafico (piacciono tanto…):

Si tratta di un grafico che circola da anni nella galassia Clintel/Negazionisti ed è stato già in passato trattato e spiegato, come troviamo giusto fare anche oggi. La fonte, il Greenland Ice Sheet Project GISP2, non è un termometro globale, e gli stessi curatori dei dati che troviamo riportati nel grafico usato da Battaglia hanno chiarito le cose al meglio, da anni. Gary Clow, uno degli autori dei dati alla base del grafico, ha spiegato chiaramente che si basa su dati provenienti da un’unica località in Groenlandia e che quindi non possono rappresentare l’intero pianeta. Vale la stessa regola dell’altro grafico: le temperature di un singolo punto geografico sono molto più variabili delle medie su aree ampie come l’intero pianeta. Inoltre il nucleo di ghiaccio analizzato da GISP2 arriva al 1855, quindi non è possibile sovrapporlo al periodo che stiamo vivendo. Chi usa quel grafico per un raffronto del genere dovrebbe spiegare chiaramente che si tratta di dataset doversi, un po’ come paragonare mele con pere.
Omettere questi dettagli continua a ricadere nella peggior forma di disinformazione.
Che in Italia ci siano intere redazioni che hanno scelto di abbracciare questo modo di informare è a nostro avviso grave, perché così facendo abbiamo fette di popolazione convinte d’informarsi ma che in realtà restano in un limbo della peggiore disinformazione, quella difficile da riconoscere anche per chi è dotato di spirito critico.
redazione at butac punto it
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Immagine di testa di Luis Graterol su Unsplash