Le sanzioni che fanno più male a noi che a loro…
...e il "mostro" creato per aggirarle

Nel corso degli ultimi anni su BUTAC abbiamo incontrato talmente tante volte una specifica narrazione da averla ormai inserita tra quelle evergreen, tra le scie chimiche e l’inside job del 9/11: le sanzioni alla Russia che non funzionano, anzi farebbero peggio a noi che a Mosca.
L’avevamo smontata quando L’Indipendente la attribuì a uno studio di Bankitalia, che in realtà diceva altro. Ma è un cavallo di battaglia di tanti opinionisti filo-russi che si aggirano nei salotti TV, sui quotidiani on e offline, sui social network.
Oggi c’è un motivo in più per parlarne, partendo da un’inchiesta del New York Times del 24 settembre 2026 di Aron Krolik, dal titolo:
The ‘Monster’ Behind Russia’s Global Effort to Evade Western Sanctions
Se le sanzioni non servissero a nulla, nessuno a Mosca avrebbe bisogno di costruire il sistema che vi vado a riassumere per aggirarle.
Stiamo parlando di una rete di società-schermo messa in piedi per eludere con ogni mezzo le sanzioni imposte alla Russia, in entrata e in uscita. Una rete che fa capo ad A7, società di pagamenti transfrontalieri sostenuta dallo Stato russo e gestita dall’oligarca moldavo Ilan Shor (ci torniamo). Secondo le inchieste di Open Source Centre, Financial Times e New York Times, A7 aggira le sanzioni occidentali soprattutto attraverso il sistema bancario tradizionale, usando appunto società-schermo, documenti falsificati e, in misura minore, criptovalute.
Tutto parte da documenti interni finiti online in momenti diversi a partire dal 2025: in parte pubblicati da hacker non meglio identificati, in parte lasciati dalla stessa A7 in cartelle cloud accessibili a chiunque. Per essere quelli che dovrebbero sfuggire ai controlli di mezzo mondo, non male. I primi ad analizzarli in maniera sistematica sono stati i ricercatori dell’Open Source Centre, think tank britannico, che il 12 giugno 2026 hanno pubblicato il rapporto The Big Shor, realizzato insieme a TRM Labs. La loro analisi stima che nella rete di A7 siano passate probabilmente decine di miliardi di dollari. L’autore principale del rapporto è Zach Tvarozna, ex analista bancario del governo statunitense. Secondo lui, A7 rappresenta un’evoluzione, perché riunisce operazioni che prima erano separate.
Dopo l’OSC è arrivato il Financial Times, che il 21 settembre, pochi giorni prima del NYT, ha pubblicato l’analisi di un leak più recente e molto più ampio: centinaia di migliaia di file che mostrano come A7 abbia usato tecniche di riciclaggio tradizionali per far passare, nonostante le sanzioni, oltre 6,9 miliardi di dollari nel sistema bancario internazionale. Alcuni di quei pagamenti riguardavano beni bellici, tra cui equipaggiamento militare, e, sempre secondo il Financial Times, anche acquisti effettuati dai servizi di sicurezza russi.
L’inchiesta del New York Times
Poi si arriva a quanto pubblicato dal New York Times, un lavoro di giornalismo investigativo ben fatto. Il quotidiano newyorchese ha verificato i documenti, le aziende coinvolte e la blockchain, e ha ricostruito il software di A7 a partire dal suo codice sorgente; ed è proprio da lì che arrivano i dettagli che più ci interessa riassumere.
Il primo: un milione di dollari che sulla carta sembrava essere stato pagato dalla Trading Company of the Kyrgyz Republic, ente governativo kirghiso, per una fornitura di tappetini per auto, polish per carrozzeria, occhiali protettivi e corda, quanto di più innocente. Peccato che in realtà fossero soldi per pagare componenti di droni. Lo stesso ente, per inciso, era nato per “ridurre i rischi di elusione delle sanzioni”.
Il secondo: A7 ha realizzato un’app interna – costruita da ChatGPT – per falsificare le fatture. Si mostrava all’app la fattura vera e l’IA ne generava una nuova, falsa, con la stessa data, lo stesso importo, ma diciture diverse, più innocenti (come il polish e i tappetini per auto). Così i sensori per la guerra elettronica diretti a Mosca sulla carta diventavano insegne luminose a LED. OpenAI ha dichiarato che le credenziali trovate nell’app non sono più attive.
La Moldavia
E ora torniamo a Shor, l’oligarca condannato in Moldavia per il cosiddetto “furto del secolo”, un miliardo di dollari sottratto alle banche del Paese nel 2014.
Ve l’avevo detto che ci saremmo ritornati, ed è una delle due ragioni per cui esiste quest’articolo, perché noi della Moldavia come laboratorio della guerra ibrida russa avevamo parlato ben due volte in passato: nell’articolo Moldavia: il nuovo laboratorio della disinformazione russa e in Elezioni parlamentari in Moldavia e osservatori internazionali.
Scoprire che lo stesso uomo gestisce anche il riciclaggio per aggirare le sanzioni non sorprende: è la stessa rete, con strumenti diversi, ed è, a nostro avviso, l’ennesima dimostrazione di come quelle sanzioni che “farebbero più male a noi che a loro”, in realtà, stiano sortendo un effetto decisamente misurabile sull’economia russa. Secondo fonti di intelligence citate dal NYT, Shor risponde direttamente al Cremlino. Stessa rete, stessi uomini: un giorno si compra un referendum, il giorno dopo si comprano componenti di droni.
Le banche occidentali
Shor pare definisca il suo sistema invulnerabile, OSC però fa notare una cosa molto importante: A7 funziona solo appoggiandosi alle banche occidentali da cui la Russia dovrebbe essere esclusa. Senza le banche occidentali, complici – inconsce, vorremmo sperare – il sistema si blocca. E torniamo all’inizio: le sanzioni funzionano, ma non come qualcuno potrebbe pensare, perché non spengono l’economia di un Paese, bensì obbligano quel Paese a inventarsi trucchi sempre più costosi e complessi per riuscire a eluderle.
Concludendo
Elina Ribakova della Kyiv School of Economics, citata dal NYT, ha definito questo meccanismo un “mostro” nato proprio perché le sanzioni hanno reso la guerra più cara di quanto era previsto in origine, obbligando la Russia ad escamotage di vario genere. Chi insiste nel sostenere che le sanzioni sono inutili, anzi, dannose per noi, dovrebbe spiegare perché i russi siano stati costretti a costruire la rete A7.

Perdonatemi la battuta ma la mascotte di A7 è una nevalyashka, che in italiano si chiama misirizzi (giuro!?!), l’avete presente? Quel pupazzo con la zavorra in basso, che lo fa rialzare ogni volta che si tenta di ribaltarlo.
Se le sanzioni fossero inutili non ci sarebbe forse così bisogno di un pupazzo che si rialza sempre.
maicolengel at butac punto it
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Immagine di testa di Simon Hurry su Unsplash