Vino, lobbismo e malafede

Una chef ci spiega ancora una volta che il comparto enogastronomico italiano è sotto attacco

maicolengel butac 6 Giu 2023
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Ci tocca trattare un altro articolo di malinformazione pubblicato su Il Giornale il 1 giugno 2023, dal titolo:

Un calice di vino? Sì, grazie

Firma dell’articolo Maria Cristina Bellelli, ladychef e vincitrice del premio Italian Food International Award 2023. L’articolo è un’accozzaglia di informazioni sbagliate messe una dopo l’altra, di cui è evidente l’intento: proteggere il fatturato dell’industria enologica italiana. Il modo con cui questo viene fatto è identico ad altri visti nei mesi scorsi.

Riportiamo dall’articolo e analizziamo frase per frase:

Arriva l’ennesimo attacco al consumo di vino italiano. Un comodo espediente per coprire problemi ben più seri.

FALSO, nessuno sta attaccando il consumo di vino italiano, al massimo è in corso una campagna di sensibilizzazione verso i pericoli noti dell’uso e abuso delle bevande alcoliche, tutte, vino – di ogni provenienza – incluso.

Non passa una settimana, un giorno, nemmeno un’ora senza che l’enogastronomia italiana subisca un qualche tipo di attacco dai fronti più disparati.

FALSO, la maggior parte delle testate internazionali loda il cibo italiano, a volte anche in maniera esagerata, creando nei turisti aspettative altissime.

Tutti i giornali riportano la notizia della legge varata dal governo irlandese, tramite la quale viene imposto che sull’etichetta dei vini (tutti d’importazione) sia obbligatoriamente riportata la dicitura che avverte (e allarma) i consumatori dei rischi per la salute derivanti dal consumo di vino.

MALINFORMAZIONE: il governo irlandese, infatti, non ha varato una legge come raccontato da Bellelli. La nuova normativa prevede etichette da apporre sulle bevande alcoliche, tra cui anche il vino, ma non è il vino la causa di questa campagna. Anzi, come già raccontato proprio qui su BUTAC qualche mese fa, in Irlanda di vino se ne consuma pochissimo, a farne le spese sono perlopiù prodotti irlandesi come la birra. Birra che guarda caso rappresenta l’alcolico più bevuto nel Paese. Quindi la nuova normativa sulle etichette colpisce molto di più il mercato interno.

Come sui pacchetti di sigarette, ormai da anni contrassegnati dal lugubre (ma veritiero) avvertimento “nuoce gravemente alla salute”. Trovo che sia davvero assurdo equiparare e mettere di fatto sullo stesso piano il consumo di vino e quello di tabacco.

MALINFORMAZIONE: come abbiamo spiegato più volte questo parallelismo tra sigarette e alcol è dato dal fatto che lo IARC ha inserito (da oltre dieci anni) l’etanolo nella categoria 1, esattamente come i componenti delle sigarette. L’etanolo è presente in tutte le bevande alcoliche. Non è una questione soggettiva, ma un dato scientifico, l’alcol come la nicotina rientra nel gruppo 1, che include solo le sostanze che aumentano con certezza il rischio di cancro nell’uomo. Questa non è l’opinione di un medico, ma un dato di fatto, certificato almeno dal 2007 dalla più importante Agenzia mondiale per gli studi sul cancro.

Il vino italiano (e non solo) viene a trovarsi come vero capro espiatorio, tacciato quasi come fosse una bevanda tossica sebbene come anche dichiarato dalla Società Italiana di Medicina Ambientale, l’iniziativa legislativa dell’Irlanda abbia poche basi scientifiche.

MALINFORMAZIONE: ripetiamo, nessuno accusa “il vino italiano” di alcunché e la Società Italiana di Medicina Ambientale non è un’associazione scientifica internazionale super partes, ma una delle tante minuscole associazioni indipendenti di medici, che non hanno prodotto alcuno studio scientifico che contrasti quanto dichiarato dalla comunità scientifica internazionale, quindi quella da loro espressa resta un’opinione che non confuta i dati più recenti sul tema: l’alcol è sempre pericoloso. L’articolo inoltre ignora il fatto che la nuova normativa irlandese prevede un periodo di transizione di tre anni per permettere alle aziende di adeguarsi e che la Scozia ha introdotto una misura simile nel 2018 con risultati positivi sulla riduzione del consumo di alcol. Inoltre, l’articolo non cita alcuna fonte scientifica o statistica a sostegno delle sue affermazioni, ma si basa su impressioni personali o aneddotiche.

Un consumo moderato e assennato non rende di certo il vino letale e le vittime dell’alcol sono per la stragrande maggioranza dovute a incidenti stradali dovuti dallo stato di ebrezza piuttosto che provocate da malattie connesse.

MALINFORMAZIONE: ridurre tutto solo alla letalità dell’alcol è tipico di chi vuole minimizzare tutti gli altri danni causati dal bere bevande alcoliche, e anche questo è grave per una testata giornalistica. L’alcol fa male, senza che debba essere a tutti i costi letale. Infatti:

L’evidenza di come sia al lavoro una specifica lobby in difesa del fatturato aziendale credo sia sotto gli occhi di tutti, continuare a negarlo è ridicolo. Vorremmo fosse chiaro che nessuno sta pensando di vietare il vino o le altre bevande alcoliche, ma solo di fare la stessa cosa che si è fatta per altre sostanze di cui gli effetti nocivi sul corpo umano sono noti e dimostrati: apporre delle etichette che riportino i rischi in modo che il consumatore possa fare una scelta ponderata su quando consumarle e quanto consumarle. Sia chiaro, io sono pienamente d’accordo con Bellelli quando dice che:

Per ridurre il numero di morti “a causa di alcol” sarebbe molto più corretto ed efficace fare informazione, prevenzione…

Ma subito dopo fa specifico riferimento solo a chi si mette alla guida dopo aver bevuto troppo, omettendo tutte le altre conseguenze date dal bere alcol con regolarità. Credo che la lobby sarebbe comunque poco felice di una campagna pubblicitaria battente che evidenzi tutti i pericoli dati dal bere: delle etichette silenziose, come per le sigarette, sarebbero probabilmente un giusto compromesso.

Non crediamo di poter aggiungere altro.

maicolengel at butac punto it

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