TOXOGATTO

TGCom riporta una presunta notizia di rilievo scientifico con il solito titolo a metà tra la strizzata d’occhi e il sorriso a pieni denti della velina di Striscia la Notizia.

Il gatto può farti diventare… matto: scoperto rischio malattie mentali

Uno studio Usa rivela il legame tra schizofrenia e la presenza in casa dell’animale: la “colpa” sarebbe del batterio della toxoplasmosi

Notare come già dal titolo si passi dalla certezza (“può farti diventare”, presente) all’incertezza (“la ‘colpa’ sarebbe”, con tanto di virgolette sulla colpa)…

Chi possiede un gatto potrebbe essere più esposto al rischio di contrarre malattie mentali. A rivelarlo è uno studio dello Stanley Medical Research Institute del Maryland, negli Usa, che ha scoperto il legame tra schizofrenia e un parassita “veicolato” dall’animale. Secondo i ricercatori, nelle famiglie in cui vengono diagnosticate patologie della mente è più frequente la presenza di un gatto nell’infanzia. La causa è stata individuata nel batterio Toxoplasma gondii.

Ma insomma! Prima la causa è sicura, poi potrebbe essere, infine è stata individuata! La dissonanza cognitiva scorre potente in questo articolo… e intanto, che fare del nostro Fufi? Se non facciamo qualcosa, ci porterà alla pazzia!

Come al solito, notizie date così sono da terrorismo psicologico. L’articolo non lo dice, ma così posto, induce a pensare che forse sarebbe meglio sbarazzarsi dei gatti per evitare rischi di contagio.

Un po’ come dire, “se non vuoi che il cane ti caghi in salotto, non comprarlo” (cit.).

Vediamo di spiegare quanto faccia schifo l’offerta informativa su Internet al giorno d’oggi, che ne dite? Partiamo dalla fonte dell’articolo: lo studio linkato.

L’abstract è chiaro: a seguito di due precedenti studi nei quali si suggeriva un presunto legame tra possedere un animale domestico in gioventù e lo sviluppo di disordini psichiatrici in età adulta, si è tentato di replicare gli stessi risultati sottoponendo a un piccolo test alcuni soggetti affetti da schizofrenia. Una buona fetta degli “intervistati” ha risposto di aver posseduto almeno un gatto in gioventù. Stando a questi risultati, i ricercatori pensano di aver confermato la correlazione, e la causa sarebbe nel Toxoplasma gondii, il protista che può causare toxoplasmosi.

Fin qui tutto okay, ma c’è un piccolo dettaglio, ma proprio piccolo, che fa decadere l’intero articolo-pubblicità.

We urge our colleagues to try and replicate these findings to clarify whether childhood cat ownership is truly a risk factor for later schizophrenia.

Ovvero, tradotto: “sollecitiamo i nostri colleghi a tentare di riprodurre le prove per chiarire qualora il possesso di un gatto  sia davvero un fattore di rischio per la schizofrenia in età adulta“. In poche parole, un terzo studio preliminare ha trovato su un piccolo campione una presunta correlazione, ma la ricerca è ben al di là dall’essere conclusa. La dimensione dell’effetto è piuttosto grande, ma sono necessari ulteriori approfondimenti.

Qui uno stralcio del testo completo.

If in fact cat exposure in childhood is a risk factor for developing a serious mental illness, T. gondii would be a plausible mechanism. Studies of T. gondii oocysts have shown them to be heavily concentrated in children’s play areas and school playgrounds, up to 1 million or more oocysts per square foot in children’s sandboxes which are favored by cats for defecation ( Torrey and Yolken, 2013). Such oocysts may remain infective for five years or longer.

Even if this mode of transmission explains the findings presented here, it is somewhat surprising that this can be demonstrated by surveys of cat ownership. Children could theoretically become infected by playing in any infected public play area even if their family did not own a cat. Alternately, neighborhood cats could infect the child’s home outside play area. It is also possible that exposure to cats provides risk in terms of other infectious agents shed by cats or by allergic exposures, since increased levels of childhood allergic reactions have been associated with increased risk of schizophrenia in later life (Khandaker et al., 2014 and Zhang et al., 2014).

Ovvero: se questo fosse il modo di diffusione della toxoplasmosi, risulta “sorprendente” la possibilità di comprenderlo attraverso un sondaggio fra i possessori di gatti. Siccome non è ancora chiaro se è il Toxoplasma gondii il meccanismo causale, sebbene plausibile, o l’esposizione ad altri fattori collegabili al gatto, è ancora presto parlare di raccomandazioni.

In estrema sintesi? Non è una notizia da dare alla leggera, men che meno con toni furbi e titoli acchiappalike! Uno studio scientifico serio si addentra con i piedi di piombo nei meandri delle “nuove scoperte”, a prescindere dalla branca di cui stiamo parlando: il rischio di sbagliare o dell’irripetibilità delle prove è sempre dietro l’angolo e spesso l’arroganza non paga, specialmente quando non vengono presi in considerazione altri fattori per distrazione o per volontà di falsificazione.

L’articolista di TGCom non dice nulla di tutto questo, anzi liquida velocemente il tutto con una supercazzola galattica che travisa interamente il significato dello studio.

Il prossimo obiettivo degli studiosi è quello di rivelare i meccanismi attraverso i quali si esplica questo “contagio”.

E no! Il prossimo obiettivo degli studiosi è provare che quanto scritto nel paper sia replicabile. Il modo in cui il contagio avviene è chiaro ed è ben noto – qui una bella raccolta delle scoperte in ambito veterinario in inglese, ma l’ISS ha dedicato anche una pagina completa a proposito.

Ormai non mi domando più per quale motivo vengano casualmente lanciate notizie così incerte e ancora infondate. Mica vogliamo suggerirvi di installare AdBlock, magari con le definizioni di EasyList ben aggiornate, e di tenerlo attivo quando andate su TGCom

Invece di preoccuparci sui rischi ancora non chiari sulla schizofrenia, meglio seguire semplici precauzioni per evitare il contagio da toxoplasma. Il Toxoplasma gondii è un protista parassitario di cui il gatto è un serbatoio assieme al cane, ma fortunatamente non rappresenta un pericolo così grande come si potrebbe pensare. Una buona pratica di prevenzione sta nell’alimentare gli animali domestici con cibi cotti o in scatola ed evitando che esca di casa.

Le precauzioni sono perlopiù fondate sul buon senso che altro: cuocere molto bene le carni prima del consumo, o usare sempre guanti di gomma in tutte le attività che comportano il diretto contatto con materiali infetti, tra cui appunto le feci di gatto. Le ovocisti sporulano dopo un po’ e per questo è bene prendere precauzioni di igiene soprattutto con soggetti immunodepressi o incinte. Non a caso, la toxoplasmosi è annoverata nel cosiddetto complesso TORCH, un gruppo di patogeni molto pericolosi per il feto, tra i quali la rosolia e l’herpes simplex. Spesso si consiglia il test per le donne che progettano gravidanze. Qui un pratico documento informativo sul Toxoplasma gondii e dolce attesa.

Io non so voi, ma informare correttamente gli utenti a proposito dei rischi della toxoplasmosi dovrebbe essere prerogativa di un giornale serio. La Scienza non ammette gossip.

#lettoreribellati

Il Ninth, che non è mai solo
(theninth chiocciola butac punto it)

Grazie Alessandro Mattedi per la collaborazione e le fonti, Alessandro Tavecchio e Andrea Cocito per la precisione e puntualità in fase di revisione bozze.