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Ricorderete sicuramente il caso della bambina di tre anni cacciata da un Kentucky Fried Chicken. Questa storia di “ordinaria malamministrazione” ha toccato i cuori di tutto il mondo e ha evocato i classici spauracchi e luoghi comuni sulle “multinazionali cattive cattive”.

È ora di riprendere quella storia: ci sono stati nuovi aggiornamenti. Prima di elencarli, trovo necessario fare il punto.

Partiamo da un fondo di verità. Come avevo accennato nel vecchio articolo, la piccola V. (*) ha solo tre anni e il suo volto è stato deturpato dai cani del nonno. I morsi e le lacerazioni hanno procurato alla bambina numerose lesioni facciali e la perdita dell’occhio sinistro.
I genitori  non riescono a coprire le spese mediche della piccola e così, con l’aiuto della zia, la nonna di V. apre una pagina su gofundme.com per raccogliere quanto più denaro possibile. A essa collegano anche una pagina Facebook, sulla quale le due riportano tutti i progressi.

È il 12 Giugno 2014 quando la nonna lancia uno j’accuse dalla pagina: “Does this face look scary to you?” (“Questo volto vi spaventa?”).

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Immagine di repertorio. Fonte: ColoradoNews.com

 

Il post diventa istantaneamente virale al punto da catturare l’interesse dei mass media… e l’indignazione è servita. La gente urla contro l’aridità di cuore delle multinazionali, volano valanghe di insulti verso lavoratori innocenti – seppure anonimi, restano comunque “parte del sistema”. Fioccano le minacce di morte.
La pagina Facebook e quella di gofundme.com, al contrario, sono prese d’assalto: piovono donazioni sempre più consistenti, si fanno avanti dottori che promettono di operare la bambina gratis. Perfino la KFC, nonostante il danno all’immagine, decide di partecipare e versa 30.000 dollari. Di lì a poco, all’apice della popolarità della storia, i fondi raccolti ammonteranno a 135.000 dollari.

Fin qui sembrerebbe una storia a lieto fine. La famiglia della piccola ha ottenuto i soldi, le cure sono ora a portata di mano e si potrà godere di un intervento di plastica facciale. Invece siamo all’inizio di un “pasticciaccio brutto”.

In totale contrasto con la situazione emotiva, la testata online Leader-Call.com pubblica alcune rivelazioni da una “talpa” che ha indagato sul caso. La fonte si dimostra attendibile e mette in chiaro le incongruenze della versione dei fatti fin qui noti.

Prima di tutto, la nonna di V. ha affermato che l’incidente è accaduto il 15 maggio. Quel giorno erano al Blair E. Batson Children’s Hospital di Jackson, Mississippi, e gli unici KFC vicini all’ospedale in questione sono ubicati nel Woodrow Wilson Drive e nel Meadowbrook Drive. Eppure,

surveillance videos show that at no time on the 15th were any children in the store who match the description of V[.]. The tapes were viewed in both the Meadowbrook and Woodrow Wilson KFC locations in Jackson, the source said. In hours of tape, the source said one small boy with his parents is seen, but they order food and leave the store. (Leader-Call.com)

Per i non anglofoni, le telecamere di sicurezza confermano che V. non si trovasse in nessuno dei due fast food. Le registrazioni parlano da sole: l’unico minore entrato in quell’ora in particolare prenota il suo pranzo, poi se ne va assieme ai genitori.

La nonna di V. ha affermato di aver ordinato “mashed potatoes and sweet tea per la bambina. Dopo aver controllato gli scontrini rilasciati quel giorno, si appura che

no orders were recorded to include mashed potatoes and sweet tea on the same transaction, or even the two items as part of a larger order on May 15. (Leader-Call.com)

Dunque, nessun ordine registrato quel giorno include purea di patate e tè freddo nella stessa operazione. Neppure in un ordine più grande fra quelli registrati il 15 maggio.

Si tenga presente che entrambi i fast food della KFC si trovano in prossimità di un ospedale. Se fosse vera l’accusa della nonna, sarebbe un controsenso proprio in virtù della vicinanza a una struttura medica – i suoi clienti sarebbero per la stragrande maggioranza pazienti di quell’ospedale. In entrambi i locali, oltretutto, vi lavorano persone affette da disabilità fisiche o mentali, come per esempio la sindrome di Tourette.

E ancora: la zia avrebbe invitato i fan della propria pagina a “inviare le proprie rimostranze” al KFC incriminato, cioè quello situato tra la State Street e la High Street, invitando così gli indignati a inviare là le proprie rimostranze. Il dettaglio non trascurabile è che il KFC ivi situato è chiuso da diversi anni.

In sintesi, la storia passa da “caso di coscienza” a una gigantesca montatura allo scopo di racimolare dollari. Questa connessione sarebbe provata proprio dall’exploit della pagina su gofundme.com. La pagina è stata aperta il 28 Aprile, ma fino al giorno precedente allo j’accuse, il 12 Giugno, la famiglia aveva racimolato in tutto 595 dollari (fonte: DoubtfulNews.com).

La zia e la nonna di V. hanno cercato di difendersi su Facebook, prevedibilmente, con un atto d’accusa: “non è una bufala, non credete a ciò che dicono i media bugiardi“.

The article circling the web calling this a hoax is untrue. The article it self say the investigation is not complete. It is not over until KFC releases a statement. The media outlet running this story is not connected with KFC. The family has not asked for anything, a attorney is handling all the media publicity for the family pro bono. Please do not believe untrue media. I have personally watched this family go without to provide for V. They have not and would not do anything to hurt V. in any way. (Gawker.com)

L’articolo che gira il web e chiama questa storia “una bufala” è falso. Lo stesso articolo dice che le indagini non sono complete. Non è finita finché la KFC non rilascerà una dichiarazione. Gli organi di stampa che riportano queste notizie non sono affiliate con la KFC. La famiglia non ha chiesto nulla, un avvocato si sta già occupando delle dichiarazioni pubbliche pro bono per la famiglia. Non credete ai media bugiardi. Ho visto coi miei occhi cosa ha fatto questa famiglia per dare un futuro a V. Non vogliono né farebbero mai del male a V., in alcun modo.

Per la “gioia” della zia, le dichiarazioni della Kentucky Fried Chicken non si sono fatte attendere:

Like the rest of America, the KFC family has been moved by the story of V. injuries and recovery. After the alleged incident was reported to us, two investigations took place, including one by an independent investigator. Neither revealed any evidence that the incident occurred and we consider the investigation closed. (Leader-Call.com)

Come per il resto dell’America, la famiglia KFC è rimasta colpita dalla storia dei dolori di V., e dal suo recupero. Dopo che il presunto incidente è stato a noi riportato, sono state avviate due indagini, di cui una gestita da un investigatore privato. Nessuna delle due ha trovato alcuna prova che l’incidente sia accaduto, e consideriamo il caso chiuso.

A seguito di queste rivelazioni, sia la pagina Facebook che la raccolta fondi risultano disattivate. Le indagini non sono ancora concluse, ma ci saranno sicuramente nuovi sviluppi a riguardo.

In conclusione, un vero e proprio caso mediatico con risvolti grotteschi. Fa male sapere che, purtroppo, l’unica vittima di questo raggiro “a fin di bene” è proprio la piccola V.

Nell’articolo scorso avevo lanciato un’invettiva contro la pessima informazione a riguardo. Dati i nuovi avvenimenti, sento il dovere di reiterare il mio pensiero.

Una notizia va data in maniera corretta, completa e il più precisa possibile alla fonte originale, qualora i mezzi lo permettono. Dev’essere scevra di qualsiasi fattore influenzante: né credo politico, né pregiudizio sessuale, niente “nessuno pensa ai bambini”. Solo il fatto, il nudo fatto.

Non importa chi scrive. Può trattarsi di un giornalista professionista, come anche un articolista sottopagato o pro bono. L’informazione corretta è una responsabilità pesante, ma il suo valore è inestimabile. Se persiste ancora la disinformazione, persiste questo vizio nel pensare, che appiattisce l’uomo nei suoi pregiudizi. Non esistono scuse: una notizia imprecisa è comunque disinformazione. È anche colpa di chi non si prende la briga di controllare e lascia tutto così com’è.

Smentire non costa nulla, come anche fare del buon giornalismo: dimostrerebbe un’umiltà persa nel tempo. Bisogna avere il coraggio di andare controcorrente e ammettere di aver sbagliato.

Ed è con questo coraggio che vi chiedo di perdonare il mio errore nel giudizio.

Ho abboccato anch’io a questa storia, come chiunque altro. Ho creduto corretto, però, riprenderla e spiegarla col maggior numero di dettagli ora disponibili. L’ho fatto per non venire meno alla fiducia di voi lettori verso il nostro sito.

Sento che questa sia la mia responsabilità. È il senso del servizio pubblico, per me.

Il Ninth

 

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(*) Dato lo sfruttamento dell’immagine nei confronti di questa bambina, al quale in primis ha partecipato la famiglia, il sottoscritto si rifiuta di riportare il nome in forma integrale.